Porrajmos: un genocidio dimenticato

“Porrajmos”. In lingua Rom, è “divoramento”, devastazione, odio. In una parola, male.

E’ questo il modo in cui si definisce lo sterminio nazifascista di Rom e Sinti, durante la seconda guerra mondiale. Ma le discriminazioni dei cosiddetti “zingari” erano cominciate molto prima dell’emanazione della leggi razziali. E continuano ancora oggi.

A fare l’analisi di una pagina di storia poco conosciuta è stato Santino Spinelli, docente universitario, musicista e poeta, nonchè cittadino onorario di Laterza, nostro ospite giovedì mattina, 8 febbraio, in Aula Magna, per l’incontro “Giornata della Memoria: il genocidio di Rom e Sinti”.

Da anni, Spinelli, in arte Alexian, porta la sua testimonianza per far conoscere uno sterminio dimenticato: “Se non siamo ben preparati potremmo ripetare gli stessi errori, allora bisogna riflettere come e perchè è accaduto”.

“Il Porrajmos è un genocidio dimenticato. – ha detto il prof. Spinelli – Fin da subito, è stato rimosso: nessun Rom è stato chiamato a prendere parte al processo di Norimberga, non c’è stato nessun censimento dei morti della nostra etnia; mentre gli Ebrei hanno avuto un risarcimento psicologico, culturale e politico, per i Rom c’è ancora disinformazione”.

Quando furono emanate le leggi razziali, però, i Rom erano già discriminati: il Porrajmos è solo l’ultimo atto di una discriminazione più antica.

E oggi che le leggi razziali non ci sono più, quei principi “permangono nella testa di molte persone” – denuncia. Sono un “retaggio nazifascista”, ad esempio, i campi nomadi che servono a far credere che i Rom siano nomadi (in realtà, spiega il professore: “I Rom non sono mai stato un popolo nomade, non appartiene alla loro cultura, ma sono stati costretti a spostarsi perchè non venivano accettati”) o per alimentare uno pseudo volontariato a fini di lucro. “Mantenere i campi nomadi ancora oggi è finalizzato a tenere separati i Rom, ad assicurarsi un luogo di controllo e ad avere un luogo in cui possa esercitarsi il pubblico disprezzo. E’ la stessa funzione dei campi di concentramento”.

La strada, allora, non è questa. A segnare il cambiamento dovrebbero essere la conoscenza di una cultura presente in Italia da ben 600 anni (“Sono necessari gli strumenti della conoscenza per combattere il morbo del razzismo”) e la ricostruzione di una memoria cancellata: “La Giornata della Memoria dovrebbe ricordare tutte le vittime” – ha sottolineato Spinelli che, quest’anno, per la prima volta è stato inviatato dal Miur e dalla ministra Fedeli a prendere parte al viaggio della memoria ad Auschwitz.

E se in Germania, a Berlino, c’è un monumento memoriale al Porrajmos, inaugurato già nel 2010, in Italia il primo monumento Rom sarà inaugurato nel prossimo ottobre a Lanciano, città in cui vive Spinelli. Sul basamento dell’opera sarà apposta una targa in maiolica laertina, per suggellare il rapporto che lega Spinelli a Laterza, che l’ha insignito nel 2016 della cittadinanza onoraria.

Al Vico, in veste di poeta, Spinelli ha dedicato la poesia “Auschwitz” incisa sul monumento berlinese, in veste di musicista, ha allietato con il suono della sua fisarmonica e le melodie del suo popolo, tra cui l’Inno all’amore in lungua romì, cantato, insieme a lui, da tutti i ragazzi.

“Oggi i rigurgiti di stampo nazifascista stanno tornando, – ha messo in guardia Spinelli – ma la cultura italiana non è razzista. Sta a voi scegliere”.

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